Emma Dante e la sua Trilogia degli Occhiali
di Andrea Riccio

Il Palladium, con la sua aria chic e un po’ dimessa, è gremito di gente. Anche la sala, raccolta, confidenziale, aiuta a sentirsi a proprio agio. A sorpresa l’attore del primo monologo è già in scena. Dalla prua di una nave spruzza acqua al pubblico. Poi d’improvviso la luce cala e per quasi tre ore il mondo ci appare lontano, scollegato. Merito del meraviglioso effetto straniante che pochi sanno regalare come Emma Dante, che ha raccontato a Nuove Proposte il suo ultimo lavoro, la Trilogia degli Occhiali.
Occhiali come metafora di un disagio. Perché ha scelto proprio questo oggetto? E in realtà, cosa si cela dietro gli occhiali?
Gli occhiali magici, che servono a tenere costipata l’intelligenza dentro il cervello, come dice ‘o Spicchiato, servono ai miei personaggi per sognare un’altra vita. Una vita a loro negata: il marinaio sogna il mare, il malato catatonico il movimento e la vecchina il suo grande amore, il marito morto prima di lei.



Riassunto delle puntate - e degli stati d’animo - precedenti. Circa dodici periscopi fa (se la memoria non mi tradisce, si trattava proprio del mio periscopio d’esordio) ho parlato di un’Italia che percepivo alla deriva, sia sul piano istituzionale che civile. Raccontavo il vuoto politico e di cittadinanza da cui mi sentivo circondata ed asfissiata. Raccontavo tutta la mia indignazione e il mio disappunto. E in questi mesi, sia che si parlasse di istruzione pubblica, che di nuovi e deprimenti modelli di star system, o dell’atteggiamento nostrano, e occidentale in generale, nei confronti delle rivolte medio-orientali, ho proseguito imperterrita nella narrazione di questa deriva nazionale, di un Paese che sentivo sempre meno mio e dal quale, nonostante tutto, non voglio separarmi, convinta come sono che necessiti della forza, dell’energia – ma anche della rabbia – di quelli della mia generazione (e di quelle vicine) per cominciare un difficile, ma possibile, processo di cambiamento.

Si scrive burlesque, si legge seduzione. Il fenomeno del momento, che ha conquistato i palcoscenici di tutto il mondo, è finalmente arrivato anche in Italia. Con il termine francese burlesque, che deriva dal latino burra, ossia inezia, poi italianizzato in burla, si allude oggi ad un travolgente gioco d’ironia e sensualità, in cui protagonista indiscusso è il corpo della donna. Un mix accattivante ed esplosivo, i cui ingredienti sono veri e propri strumenti di seduzione come corpetti, tacchi a spillo, parrucche, lustrini e una vasta gamma di accessori stravaganti. Quella che sembra essere la moda dell’anno affonda in realtà le radici nell’Inghilterra vittoriana, come forma di spettacolo che parodiava i pomposi testi drammatici dei grandi autori del passato e al contempo le abitudini dell’aristocrazia del tempo. Ad un’esile trama teatrale si accompagnavano canzoni, balli e divertenti siparietti di incalzante comicità. Inoltre, per mantenere vivo l’interesse del pubblico, soprattutto maschile, compariva sul palco anche qualche donna vestita in abiti per l’epoca succinti.





