La terra trema, popolazioni insorgono e un nuovo conflitto è alle porte
di Andrea Riccio
A che ora è la fine del mondo? Si interroga così Ligabue in una delle sue canzoni più famose. E , se guardo a quello che è accaduto nell’ultimo mese, mi viene da pensare che accadrà molto presto. Sia ben chiaro, sono una scientista pura, e con la mia affermazione non intendo lanciare messaggi apocalittici, catastrofici o mettere il mio futuro delle mani dei Maya. Dico piuttosto che siamo vicini all’implosione di quel mondo - e quindi di quelle certezze e quell’impianto valoriale - che abbiamo sempre dato per scontati. A pochi passi da noi si combatte una guerra, una delle tante “guerre giuste” che pullulano il mondo in via di sviluppo.
Azioni che non si può definire missioni di pace, che mietono vittime civili, che esportano modelli di democrazia decontestualizzati e decisi a tavolino, che rappresentano sempre più una gara di culturismo tra le potenze occidentali - i buoni - per capire chi farà la parte del leone nella missione, accaparrandosi così la fetta di torta più grossa. Come se l’Iraq non ci avesse insegnato niente, come se il Vietnam o, ancor prima, le due guerre mondiali fossero un ricordo così sbiadito da non fare più paura. E mentre i Capi di Stato filantropi e buoni sfoggiano i muscoli per capire chi capitanerà le operazioni militari (tutte con nomi bellissimi e densi di buone intenzioni, questa nella fattispecie si chiama Odissey Dawn), così, per non perdere l’allenamento, è doveroso sganciare qualche missile, abbattere qualche velivolo, sbagliare di poco (chissà come?) un obiettivo strategico e soprattutto causare la morte di tante persone la cui sola colpa è stata ribellarsi alla negazione della propria libertà e dei propri diritti, creando scompiglio e rendendo scomodo un dittatore che fino a qualche mese fa era un noto amico del nostro Paese e dell’Europa. Tanti dittatori stanno diventando repentinamente nostri nemici in quello che è un moto compatto di ribellione e riaffermazione del Maghreb e del Medio Oriente; popolazioni avide di indipendenza, di democrazia, la cui determinazione sta facendo tremare il mondo. Siamo alle porte di un cambiamento importante, per non dire epocale, che se manterrà la spinta iniziale segnerà la fine definitiva del colonialismo “soft” e porterà alla ribalta nuove forze produttive e nuove economie. Un po’ come è accaduto in America Latina qualche decennio fa. E se tutto questo non dovesse bastare, ci pensa anche il Pianeta a ribellarsi, tremando con violenza inaudita. Radendo al suolo e ammazzando decine di migliaia di persone. Ma soprattutto mettendo in ginocchio uno Stato simbolo dell’efficienza e del progresso tecnologico e scientifico. Un’icona di perfezione insomma, che oggi si trova alle prese con una difficile ricostruzione e un’incombente - e pericolosissima - minaccia nucleare. Cos’altro ancora vogliamo far accadere prima di ridestarci?
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