Epopea (a lieto fine) della cittadinanza attiva
di Andrea Riccio
Riassunto delle puntate - e degli stati d’animo - precedenti. Circa dodici periscopi fa (se la memoria non mi tradisce, si trattava proprio del mio periscopio d’esordio) ho parlato di un’Italia che percepivo alla deriva, sia sul piano istituzionale che civile. Raccontavo il vuoto politico e di cittadinanza da cui mi sentivo circondata ed asfissiata. Raccontavo tutta la mia indignazione e il mio disappunto. E in questi mesi, sia che si parlasse di istruzione pubblica, che di nuovi e deprimenti modelli di star system, o dell’atteggiamento nostrano, e occidentale in generale, nei confronti delle rivolte medio-orientali, ho proseguito imperterrita nella narrazione di questa deriva nazionale, di un Paese che sentivo sempre meno mio e dal quale, nonostante tutto, non voglio separarmi, convinta come sono che necessiti della forza, dell’energia – ma anche della rabbia – di quelli della mia generazione (e di quelle vicine) per cominciare un difficile, ma possibile, processo di cambiamento.
Tra le altre cose, uno dei temi, più o meno esplicito, periscopio dopo periscopio, che ho vissuto con maggior malessere è stato il senso di totale deresponsabilizzazione civile e sociale di noi italiani tutti. Ad un anno di distanza, la mia indignazione resta immutata. Eppure il mio stato d’animo è cambiato. Alla decostruzione mensile, al pessimismo cupo sono subentrati l’ottimismo timido e la voglia di sperare, su basi concrete. Non tanto nella politica, nell’establishment, nei poteri forti, nei confronti dei quali ho ormai - credo definitivamente - perso le speranze. Quanto piuttosto nei cittadini, che a mio avviso sono il vero motore del cambiamento, l’unica opinione pubblica possibile, potenzialmente dotata di un potere di influenza enorme se utilizzato nella pienezza di tutti i diritti – e i doveri – che contempla. Ecco, oggi tra incontri casuali, chiacchierate, interviste, manifestazioni ho la sensazione che qualcosa bolla in pentola, che il senso di stanchezza sia diventato un fattore generalizzato e che la cittadinanza sia pronta a reclamare ciò che le è stato tolto, o di cui si è privata, in questi anni. Gli indizi di questa nuova ventata mi hanno investito da più fronti: dalla lunga intervista con i “Perturbazione”, che così bene hanno riassunto i miei fiumi di inchiostro nel brano “Esemplare”;dalle donne prima, e dai precari poi, scesi in piazza in modo festoso, colorato e deciso, come cittadini prima di tutto, piuttosto che come categoria o appartenenti a specifici partiti politici. Ma anche dai residenti di San Lorenzo che, in un’occupazione totalmente trasversale tra le classi sociali e le categorizzazioni di ogni sorta, hanno deciso di riprendersi uno spazio del quartiere, per renderlo un luogo collettivo di cultura anziché un casinò. C’è fermento insomma. E mi viene da pensare, e da sperare soprattutto, che sia finalmente il tempo di una nuova stagione. La nostra stagione.
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