Tentativi di convivenza sul Mediterraneo
di Francesca Carli
Fernand Braudel diceva che il Mediterraneo è “una serie di culture accatastate le une sulle altre”. E come tutte le cataste, ora deve fare i conti con il proprio precario equilibrio: più di un milione le persone al Cairo contro Mubarak, Tunisi che si prepara al dopo Ben Alì, re Abdullah di Giordania che - per volontà del popolo - ha rimosso il primo ministro Samir Rifai e Algeria e Libano dove la tensione è altrettanto alta. E l’Europa? Sembra essere stata presa in contropiede. La convivenza, in questo grande condominio che sono le sponde del Mediterraneo, non è cosa semplice. Nel ‘64 la CEE sottoscrisse accordi per un’unione doganale con Atene e Istambul, dagli anni ’70 è toccato ai patti commerciali con Malta, Cipro, Libano, Spagna, Portogallo, Israele, Egitto e Yugoslavia. Il primo approccio multisettoriale si ebbe nel ’72, sotto il nome di Politica Mediterranea Globale (PMG), che naufragò presto a causa della crisi petrolifera. All’alba degli anni ’90 fu la volta della Politica Mediterranea Rinnovata (PMR), che però si mostrò subito incapace di ridurre le disuguaglianze tra le due rive. Nel ‘95 un nuovo tentativo: il Partenariato Euro-Mediterraneo (PEM), che prevedeva il controllo dell’immigrazione clandestina, il dialogo interculturale e interreligioso, la lotta al terrorismo e al mercato della droga e la creazione di una zona di libero scambio basato su aiuti finanziari in direzione nord-sud. Ma arrivò l’11 Settembre e anche quest’ultima prova di integrazione non ebbe fortuna. Nel 2008 il Presidente francese Sarkozy cercò di rilanciare l’idea con l’Unione per il Mediterraneo (UpM). Il progetto – sulla carta – era entusiasmante: diminuzione dell’inquinamento nel Mediterraneo, formazione delle cosiddette “autostrade del mare” e miglioramento delle vie di trasporto su terra, un corpo di protezione civile comune, un piano di sviluppo dell’energia solare, un’Università Euro-Mediterranea. Ma il mutamento politico degli ultimi mesi non ha precedenti e, non a caso, sull’altra sponda del Mare Nostrum (a Barcellona) il Segretario Generale dell’UpM Ahmad Khalef Masadeh ha rassegnato le proprie dimissioni, denunciando che - a fronte di una richiesta ai Paesi membri pari a 14,5 milioni di euro - l’organizzazione avrebbe ricevuto fondi per meno della metà. Non è tutto: tale congedo non può infatti ritenersi svincolato dalla crisi del Maghreb. I cambiamenti in atto rischiano di incrinare i precari equilibri dell’UpM (basti pensare che Mubarack ne è vice-presidente) e, inoltre, il mancato invio delle risorse richieste dall’organizzazione evidenzia il disinteresse dell’UE per uno strumento che avrebbe potuto avvicinare le due sponde e incidere in materia di democrazia e diritti civili. Ma, anche questa volta, non ci siamo riusciti.








