Il festival come metafora della rinascita culturale italiana
di Luigino Borgia
Non passa giorno in cui qualche insigne critico, dalle terze pagine dei giornali o dalle reti televisive, non decreti la fine della cultura italiana. Il cinema non è più quello di una volta, di Leonardo Da Vinci ne nasce uno ogni tre millenni, la forza espressiva dei testi degli anni’ 70 ha raggiunto picchi irripetibili a livello musicale. E via di questo seguito a scrivere necrologi. In effetti, non si può negare in modo assoluto un decadimento culturale del nostro Paese, a mio avviso legato soprattutto ad un’inerzia creativa, ad un cullarsi sugli allori forti dell’egemonia del passato. Ma sono fermamente convinto che del fermento ci sia ancora e che ci siano ancora luoghi dove si fa “cultura”.
A riprova di questa tesi porto la mia recente esperienza sanremese, che ha per me rappresentato un chiaro segnale che in Italia si possa ancora fare bene. Che Sanremo piaccia o meno - e i milioni di cittadini italiani si dividono in quei giorni in due definite macro-categorie, riconducibili all’amore/dipendenza o, al contrario, all’odio/denigrazione nei confronti del Festival - quel che è certo è che, anno dopo anno, questa ricorrenza ha l’innegabile valore di fungere da “termometro” dello stato dell’arte (e di salute) della canzone italiana. E questo ritorno di Nuove Proposte, dopo un periodo di assenza, alla manifestazione canora più partecipata dagli italiani è stato per me una piacevole sorpresa. Al di là della magnificenza dell’Ariston,di una città gremita di fiori, della mirabile organizzazione ad opera del Direttore di rete Mazza, al di là della irreprensibile e sentita conduzione di Morandi, della sfavillante bellezza di Belen ed Elisabetta o della verve di Luca e Paolo, il vero valore aggiunto di questo 61° Festival è stato, infatti, la qualità delle canzoni in gara. Testi bellissimi, esecuzioni magistrali, una grande forza compositiva, tanto “impegno”, per usare una parola oggi di gran moda. Non si vedeva un Festival così da almeno dieci anni. E la vittoria del “professore” Vecchioni, con un brano toccante e denso di significati sottesi, è stata la chiara testimonianza della nostra stanchezza nei confronti della superficialità, della banalità e della frivolezza a tutti i costi che dominano oggi nel nostro Paese, ma è stata anche l’evidente segnale della rinascita sanremese. E se il Festival, come ho già detto, è un po’ l’indicatore del livello qualitativo della nostra musica, concedetemi un salto logico in avanti per affermare che, alla luce di quello che ho ascoltato all’Ariston, la tradizione secolare della canzone italiana non è affatto sulla via del declino. Piuttosto è giunta, finalmente, sulla vetta della salita. E allora smettiamola di fare le prefiche al funerale della cultura e cominciamo piuttosto a sostenerla.
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