Il 13 febbraio (con replica l’8 marzo) per un’Italia che cambia
di Andrea Riccio

Piazza del Popolo, gremita di persone. Piena all’inverosimile di donne e uomini che con ironia, con speranza, con indignazione matura hanno pacificamente raccontato il loro NO a quanto accade oggi nel Paese. Tanti volti e nemmeno un simbolo politico, un’appartenenza partitica, una bandiera che richiamasse qualcuno degli schieramenti in Parlamento. Il 13 febbraio sono scesi in piazza i cittadini, con le loro associazioni, i loro striscioni - originali, colorati, molto “artigianali” - i loro problemi reali, in un impeto di orgoglio e di sana auto-rappresentanza. Io c’ero. Pur non essendo una habitué di queste forme di protesta, troppo spesso strumentalizzate, settoriali e poco efficaci, ho percepito che bolliva in pentola qualcosa di diverso. Ho percepito come doverosa la mia presenza. Doverosa per me stessa e per le sorti del mio Paese alla deriva.
Sono scesa in piazza da cittadina delusa, da donna indignata, da giornalista curiosa e vi ho trovato malessere, incredulità, ma anche tanta forza, solidarietà e voglia di cambiamento. Gli incontri che ho fatto quella domenica hanno instillato in me un flebile filo di speranza. Non si è trattato infatti di una protesta vetero-femminista (qualcuno ha provato a dipingerla così), dove donne infervorate hanno bruciato reggiseni e inneggiato alla loro superiorità di specie, quanto piuttosto della sobria dimostrazione che essere donna non significa soltanto esserlo attraverso la mercificazione del proprio corpo e che a fronte di coloro che la intendono così (e sono liberissime di farlo) c’è una nutrita fetta di popolazione femminile che vive solitamente nell’ombra, che probabilmente avrà meno successo, ma che tutti i giorni si rimbocca le maniche, fa lavorare la testa e crede ciecamente nella meritocrazia. E crede soprattutto che se bisogna mettersi in orizzontale per raggiungere i propri obiettivi, allora no grazie, preferisco restare quella che sono. Accanto a queste donne c’erano i loro compagni, figli, amici. Uomini stanchi quanto le donne di un sistema Paese che continua a premiare i furbi invece degli onesti, gli arrivisti invece dei meritevoli. E se la Rete, il passaparola, i social network hanno saputo portare oltre un milione di persone in 117 piazze in Italia e nel mondo, forse qualcosa può cambiare davvero. E forse siamo stanchi di portare l’etichetta di italiani ignavi e pagnottisti, che finché la barca non fa acqua non si accorgono che sta affondando. E allora il sogno di un paese migliore, rispettoso e rappresentativo dei suoi cittadini può diventare realtà partendo dal basso, dall’opinione pubblica, dal nostro senso civile. Si preannuncia un’altra manifestazione per l’otto marzo. Le previsioni sono un arduo compito ma, indipendentemente dal fatto che si scelga o meno di confluire tutti in una piazza, indipendentemente dal successo di questa seconda ondata di protesta, almeno diamo un senso concreto e non banale ad una festa strumentalizzata e commerciale, svuotata del suo significato originale. Questo otto marzo anziché appuntarci al petto una mimosa, appuntiamoci la nostra dignità.
| < Prec. |
|---|









