Roberto Cacciapaglia, il compositore che nel 2015 incantò il mondo all’Expo

La musica classica e l'elettronica: il grande maestro alla continua ricerca di nuovi confini del suono. A marzo in concerto all’Auditorium Parco della Musica

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Roberto Cacciapaglia

Egli stesso si definisce «artigiano della musica e del suono». Il maestro Roberto Cacciapaglia parla della sua musica, del suo ultimo lavoro e del concerto del 27 marzo all’Auditorium Parco della Musica. Ma non solo, ci racconta la sua esperienza come compositore della musica per l’albero della vita all’Expo di Milano e della sua esperienza come studente di musica e fondatore di un’accademia a sua volta.

Parlando di “Diapason”, suo ultimo lavoro: cosa dobbiamo aspettarci?
Inizierei proprio parlando del diapason oggetto: simbolo della purezza, della sorgente del suono e quindi di oggetto avente anche potenzialità. È uno strumento che ha la capacità di far entrare in relazione, sulla stessa sintonia, di far vibrare tutti i corpi sonori che lo circondano. Il diapason è lo strumento che fa accordare tutti gli strumenti di un’orchestra sulla stessa nota. Ecco che l’idea del diapason è anche l’idea di una vibrazione pura. Il mio primo lp, “Sonante”, in copertina aveva lo scacciapensieri, quindi c’è sempre questo concetto di vibrazione, di purezza che è un aspetto centrale del mio lavoro.

Come avvicinarci all’ascolto di questo album?
Quello che posso dire a chi ascolterà l’album è che un altro aspetto importante è il pianoforte – uno Steinway gran coda, che mi segue ovunque da anni -, che abbiamo registrato con diciotto microfoni. Questo ci è servito per catturare le frequenze dello strumento e così facendo il suo suono non ha avuto bisogno di essere manipolato o equalizzato per nulla. Si è lavorato poi in fase di mixaggio su questi microfoni, per calibrare la frequenza. La registrazione è avvenuta in questo auditorium meraviglioso sulle Dolomiti, quindi ci sono frequenze più lontane e più vicine, fatte proprio per catturare tutte le vibrazioni possibili dello strumento in purezza.

Ci vuole parlare anche del lavoro con la Royal Philarmonic Orchestra?
Con la Royal Philarmonic Orchestra è una collaborazione che dura ormai da 12 anni e siamo al quinto progetto insieme. È un’orchestra che ha una peculiarità: non ha gerarchie, non ha divisioni o limiti. È un’orchestra che spazia nei generi, lavorando anche con i Queen, Beatles, Pink Floyd. Forse, è proprio la sua caratteristica quella di essere senza tempo e sopratutto – come me – lavora cercando una vibrazione pura che riesce ad attraversare lo spazio e il tempo. Sopratutto è un’orchestra che è abituata a lavorare in studio, dunque sa mettersi bene in relazione con lo strumento elettronico. E si sente poi, nella qualità del suono. Inoltre, le registrazioni sono avvenute nello storico studio 2 di Abbey Road, un tempio del suono, dove ho trovato una grande professionalità che accoglie la musica e sa mettersi in relazione con essa.

Per lei, quindi, cos’è l’orchestra?
Io uso l’orchestra un po’ come una costellazione: gli strumenti solisti li tengo al centro, come un sole. Il resto gira come dei pianeti. E creo delle orbite che vanno dal pianissimo fino al fortissimo e ruotano. Sono come delle onde che arrivano e poi girano. E la Royal Philarmonic Orchestra questo lo ha interamente interiorizzato e me lo rende perfettamente.

E cosa ci può dire invece circa la collaborazione con la voce di Jacopo Facchini?
Parliamo di un controtenore, una vocalità che io uso da molto ed è centrale in tante mie opere. Questo perché la vocalità del controtenore contiene in una sola voce, un registro che è sia maschile che femminile: è sia soprano che tenore in una sola persona. Simbolicamente mi interessa molto. Inoltre, la sua in particolare è una voce che potrebbe venire tanto da una musica sacra, quanto dal futuro. Una voce pulitissima, senza vibrato che attraversa il tempo. La voce di Facchini è stupenda e particolarissima.

In “Diapason” ci sono testi di Blake (Innocence), Ghandi (A Gift), Martin Luther King (The morning is born tonight): oltre la musica c’è anche la passione per la poesia?
In questo caso la scelta di Blake è perché nelle sue parole è un visionario; Gandhi perché ci ha dato il dono dell’amore; e il reverendo Luther King un esempio di coraggio e amore verso il prossimo. E in quest’epoca, credo sia importante riscoprire questi messaggi e trasmetterli alle nuove generazioni. Inoltre, sono persone dove c’è un’evoluzione interiore importantissima. Sono stati protagonisti e testimoni di grandi cambiamenti, umani e sociali. Quindi più che il desiderio letterario, c’è la volontà di ricordare queste perle lasciateci in eredità. Anche con la musica si dovrebbe fare un lavoro simile: non fruirla con superficialità, ma andare nel profondo di quest’arte e prendere tutto quello che ci ha dato.

Durante i suoi studi accademici, ha mai pesato che sarebbe diventato un compositore di fama internazionale?
Poco tempo fa, una mia cara amica, mi diceva che quando avevo 5 anni alla domanda: “cosa vuoi fare da grande?” io risposi “il compositore”. Suono dall’età di 4 anni. La verità è che mia madre mi iniziò alla studio del piano un po’ a forza, adesso la ringrazio ma da ragazzo non capivo. Poi, ho studiato anche la chitarra, il basso ed è iniziato il periodo delle band e da lì la musica è diventata gioia, condivisione ed allegria. Solo più in là è arrivato lo studio in conservatorio.

Cosa pensa invece di quanti dicono che i conservatori oggi formino bravi maestri, ma che non riescono poi a fare i musicisti di professione?
Non voglio giudicare, ma nella musica si può fare tanto, ognuno scegliendo la propria vocazione. È un periodo, per i giovani, non facile. Per esempio,io ho fondato un’accademia dove cerchiamo di aiutare i ragazzi. Non è un’accademia che segue un programma preciso, ma segue, supporta e affianca i compositori nella lavorazione delle proprie opere. E alcuni di loro hanno pubblicato il loro cd arrivando primi in classifica.

Cosa dobbiamo aspettarci dal suo concerto?
L’elettronica, nel mio lavoro ha una parte importante, anche in merito agli studi fatti in gioventù come: lo studio di fonologia della Rai, fondato da Berio Maderna; e poi quelli con Pietro Ingrossi docente di violoncello, che ha aperto una sezione al CNR di Pisa sulla computer-music ed è lì che con computer e tecnici si è sperimentato moltissimo. In virtù di questo, oggi stiamo utilizzando l’elettronica ma in modo diverso: la utilizzeremo dal vivo, attraverso dei software – che potenzieranno il suono acustico – portando alla luce quei suoni altrimenti non udibili, quei suoni che Pitagora definiva come “l’essenza dell’universo”, mentre io li chiamo suoni biologici, perché sono nella natura stessa del suono. Tutto questo per rendere più profondo il legame tra ascoltatore e interprete, per raggiungere una comunione attraverso il suono. E ci sarà anche un video realizzato da Eleonora Capitani e un sistema audio e di luci molto complesso per far sì che il suono incontri la luce: un po’ come a voler rendere visibili gli atomi.

Come ha vissuto lei l’esperienza dell’Expo di Milano, visto che ha dato voce all’albero della vita?
È stato meraviglioso. Sopratutto, ricevere questa enorme risposta dal pubblico di tutto il mondo che mi scriveva. Quando Marco Balich (direttore artistico, ndr.) mi ha chiesto di farlo io rimasi colpito sopratutto dall’idea dell’albero: una metafora perfetta per la nostra epoca. Abbiamo lavorato a quella musica come a un’opera, ma senza libretto. Con una scala di emozioni e di colori. È stato tutto molto bello.

Consigli ai giovani musicisti?
È un periodo molto bello per la musica, ma nel corso degli anni è cambiato molto e velocemente. Prima si suonava nelle band o ci si ritrovava nelle cantine per suonare tutti insieme. Oggi, lo si fa ancora, ma c’è una tendenza a lavorare e suonare da soli: ed è bello, ma è importante condividere il proprio lavoro in qualche modo. E sopratutto, ascoltare molto. Ascoltare la storia della musica e conoscere la musica dei nostri avi, di qualsiasi genere. E poi, lavorare e studiare, magari con la guida giusta. Sopratutto, mai voler strafare.

Francesca Coculo


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