Gli italiani lavorano poco

L'istituto statistico europeo parla chiaro: gli italiani iniziano tardi a lavorare e le conseguenze sono tante

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Di Francesca Coculo

Nel nostro Paese, sembra si discuta solo di pensioni ed’età pensionabile, innalzata ora ai 67 anni, contro la media europea dei 64. Un modo per coniugare facilmente lavoro e aspettativa di vita, notevolmente aumentata. Ma c’è un altro dato di cui tenere conto e del quale poco si discute: gli italiani sono quelli che lavorano meno. No, non si parla dei “fannulloni”, ma del fatto che, anagraficamente, l’italiano è quello che entra più tardi nel mondo del lavoro e che, sempre anagraficamente, ne esce prima. Cioè: in media nel nostro Paese un uomo lavora per circa 32 anni, contro i 30 di una donna: in pratica, siamo quelli che pagano meno tasse sul lavoro e meno contributi. Ed è ovvio che il problema è a monte, ovvero a che età si entra nel mondo del lavoro e la risposta è altrettanto ovvia: nel bel Paese si inizia tardi a lavorare. Anche se ci sono i dati Eurostat a confermarlo, basta guardarsi intorno per capire che i giovani fanno fatica a cercare un impiego: solo il 60% di essi risulta occupato dopo 5 anni dal termine degli studi e se si guardano le statistiche per le giovani donne, allora la percentuale delle occupate scende ancora. Questo non solo porta conseguenze negative su welfare e sulle pensioni, ma anche sull’economia in generale: i ragazzi rimangono a casa dei genitori più a lungo, il mercato immobiliare resta in crisi e anche la natalità ne risente. Un circolo vizioso di cui si stenta a parlare, o comunque lo si fa sempre trattando gli argomenti singolarmente e mai nella loro totalità.

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