Piercing, tatuaggi e manicure aumentano il rischio di epatite C

Presente un calo delle infezioni ma attenzione a trattamenti estetici, piercing e tatuaggi

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Piercing

di Claudia Pennacchio

Le epatiti virali rientrano tra le malattie del fegato più diffuse e costituiscono un serio problema per la sanità pubblica. Negli ultimi anni prevenzione e diagnosi precoci hanno consentito una visibile diminuzione dei casi dal 1985 ad oggi, soprattutto per quanto riguarda i virus B e C.

Dall’analisi dei dati raccolti nel 2017 dall’Istituto superiore della Sanità, emerge come nel 34% dei casi di epatite C segnalati la responsabilità dell’infezione sia direttamente attribuibile a trattamenti estetici (manicure e rasature dal barbiere), tatuaggi e piercing. Per quanto riguarda l’epatite C, nello scorso anno i casi maggiori si sono registrati in Lombardia, Emilia Romagna e Toscana. I soggetti coinvolti avevano in media tra i 35 e i 54 anni ed erano principalmente maschi. Le cause dell’infezione sono primariamente: tossicodipendenza, trattamenti di bellezza, rapporti sessuali a rischio, interventi chirurgici e trasfuzioni. I casi di epatite B segnalati lo scorso anno sono stati 178, le regioni coivolte maggiormente sono Toscana e Lombardia, anche in questo caso i soggetti colpiti rientrano nella fascia 35-54 anni.

Come per l’epatite C, sono frequenti le infezioni in soggetti tossicodipendenti e le trasmissioni per via sessuale o in seguito a trapianti e trasfusioni. L’epatite A, invece, nel corso degli anni sembra subire dei picchi epidemici. Nel 2014 la causa principale è stata il consumo di frutti di bosco surgelati, nel 2017 una gran percentuale dei 2.583 casi è ascrivibile a rapporti omosessuali. Picchi maggiori sono presenti soprattutto in Lombardia (707 casi) e nel Veneto (419 casi).


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