Andrè de la Roche: un incontro di passi armoniosi

A tu per tu con il celebre danzatore, oggi tra i più apprezzati coreografi

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di Alessandra Brogli

La danza, tra le forme espressive che più rappresentano l’espressività corporea, è capace di unire disciplina, divertimento e condivisione di valori umani nonché quei sani principi che si possono trasmettere fin da piccoli, tra le tante culture che ci circondano.

Andrè de la Roche, trasmette proprio questo, dalle origini corso-vietnamite, nonché americano d’adozione. Vive nel nostro Paese da 29 anni, continuando la sua prestigiosa carriera come coreografo o docente in stage, in giro per l’Italia e non solo. Dopo la tv, a partire dagli anni ’80, con Heather Parisi (nelle foto) in “Serata d’Onore”, continua con “Fantastico 8”, “Sotto le Stelle”, “Saluti e Baci”, “Bucce di Banana” e tanto altro, ricevendo anche numerosi premi. Da quattro anni è vice-presidente di MOVE,  presieduta da Alessandro Alcanterini (con André nella foto), che promuove arti e discipline sportive. Ci ha accolto nel suo attico di Trastevere, con la genuinità del suo sorriso in un ambiente accogliente, tra raffinate contemporaneità e i successi che lo hanno valorizzato nei più famosi palchi, diretto da anche da Bob Fosse, solo uno degli illustri nomi del suo mondo.

D: Ci racconti i tuoi inizi?

R: Iniziai come attore a 7 anni negli Universal Studios, poi a 11 anni nel musical “King and I”, a San Francisco e Los Angeles; i miei genitori erano ballerini e mio padre mi esortò a studiare danza, ma non credevo di avere un grande talento. A 14 anni uno spettacolo di tip tap a Las Vegas con Sammy Davis jr. e Patti Page, poi sono tornato L.A, per motivi di lavoro di mio padre. Lì capii la passione, tra 12 lezioni settimanali e la scuola; un sacrificio per i miei, ma non per me.

D: Facciamo un salto ai nostri giorni: sei un coreografo tra i più apprezzati, ma da tanta esperienza che ti contraddistingue, dove trai l’ispirazione?

R: Dipende da chi ho di fronte, devo capire se i ballerini riescono a fare ciò che penso e anche loro devono sapersi esprimere bene; Franco Miseria faceva proprio questo. Il difficile sta nel creare qualcosa di divertente, veloce ed efficace, anche con i bambini. Mi viene in mente l’esperienza acquisita con Rapsodia in blu, All that jazz, Phantom of Opera, Il mago di Oz, ecc. Ma dopo anche tanta tv la mia scommessa è stata il Bagaglino, diretto da P. Pingitore, un piccolo teatro, e in meno di tre minuti dovevo dare il massimo.

D: La danza e i social media: quali aspetti noti? Positivi o negativi?

R: Entrambi, perché oggi tra la facilità di uso che i ragazzi hanno con la tecnologia, rispetto a me, agganciano subito i video e possono promuovere loro stessi per concorsi e promo, copiando e ricreando. Tutto questo va bene, ma con questi mezzi pensano di arrivare a chiunque, saltando “la gavetta”. Non condivido questo aspetto, perché ci vuole anche il sacrificio, poiché nessuno dura per sempre, bisogna anche dare agli altri. Non dimenticare i nostri inizi è importante. Tra passato, presente e futuro, si può essere “flash”di un momento ma poi bisogna lasciare il segno, anche nel dare. Oggi ci sono troppe esclamazioni ma poca sostanza, un motivo possono essere i social media. Un esempio per me rimangono i nomi di V. Gasmann, G. Strehler, G. Proietti e M. Ranieri veri “mostri sacri” per tutte le arti, nonostante ho vissuto negli USA e in Francia, a Parigi.

D: La danza e la professione: come vedi il panorama?

R: In Italia si segue molto la moda, penso che ci siano molti bravi ballerini ma spesso vanno all’estero, perché qui c’è poco lavoro. Non ci sono fondi rispetto agli altri paesi, vanno in Germania, Francia ed Inghilterra. C’è l’impegno ma dipende anche da volontà, insegnamento e sacrificio.


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